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(Missione "Libano 1")

Su richiesta del Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri del Governo libanese, è stato disposto dal Governo italiano l'invio di un battaglione con lo scopo di assicurare l'incolumità fisica del personale palestinese in partenza da Beirut e degli abitanti della regione di Beirut stessa e favorire il ristabilimento della sovranità e delle autorità del Governo libanese.

La missione, comandata dall'allora Tenente Colonnello Bruno TOSETTI, è stata svolta nel periodo dal 23 agosto all'11 settembre 1982 e affidata al 2° battaglione bersaglieri "Governolo", composto da 1 Compagnia Comando, 2 Compagnie meccanizzate, 1 plotone genio e 1 plotone carabinieri, per un totale di 519 uomini (40 Ufficiali, 81 Sottufficiali e 389 militari di truppa) con al seguito circa 200 mezzi tra ruotati e cingolati.

La missione è stata effettuata senza alcun incidente.

(Missione "Libano 2")

A seguito dei tragici avvenimenti accaduti nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, alla periferia ovest di Beirut e alle consultazioni tra il Governo libanese ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite, in applicazione della Risoluzione 521 del Consiglio di Sicurezza, il Governo libanese ha chiesto ad alcuni Paesi, tra cui l'Italia, una Forza multinazionale da interporre in località concordate.

Ciò al fine di assicurare il ristabilimento della sovranità e dell'autorità del Governo libanese nell'area di Beirut e, nel contempo, garantire l'incolumità della popolazione.

La missione italiana, comandata dall'allora Generale di Brigata Franco ANGIONI e denominata ITALCON, si è sviluppata nel periodo dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984. La forza media del contingente è stata di circa 2.300 uomini di cui 1.550 destinati alle attività operative e 750 a quelle logistiche.

L'impegno complessivo è stato di 8.345 persone di cui 595 Ufficiali, 1.150 Sottufficiali, 6.470 militari di leva e 130 Infermiere volontarie. Essi disponevano di 319 mezzi ruotati, 52 mezzi speciali, 20 cucine rotabili, 97 veicoli di trasporto cingolati e 6 autoblindo.

Durante la missione si sono avuti 75 feriti ed un deceduto (Marò Filippo MONTESI a fronte di 275 statunitensi e 87 francesi).

LA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO 1982-1984

Considerazioni sui successi e le difficoltà dell’operazione - Il contributo e gli obiettivi della Marina di Lelio Lagorio.

Sono passati venti anni dalla spedizione italiana nel Libano. Lelio Lagorio che come ministro della Difesa promosse e organizzò quella spedizione militare ricorda la vicenda in questo scritto che la “Rivista Marittima” è lieta di pubblicare

La spedizione militare in Libano mise in luce nei primissimi Anni Ottanta un nuovo modo di concepire il ruolo dell’Italia negli affari internazionali. Si parlò di “New Deal”. Quel “nuovo corso” della nostra politica estera e militare era cominciato un paio d’anni prima con la scelta di schierare in Sicilia centododici rampe di missili nucleari “Cruise”. Era stata quella decisione a catapultare il nostro Paese alla ribalta mondiale nella fase più acuta della sfida epocale fra Est e Ovest. Nell’estate 1982 la spedizione militare in Libano fu la conferma dell’elevato rango internazionale allora raggiunto dal nostro Paese.

Motivazione delle due spedizioni

C’era stato un precedente: la missione di una forza multinazionale, fuori dall’ONU, nel Sinai e nel Mar Rosso per garantire gli accordi di pace fra Israele ed Egitto stipulati a Camp David. A Camp David nel marzo 1979 si era stabilito che nella primavera del 1982 gli israeliani avrebbero sgombrato il Sinai. Ma la cosa non sembrava pacifica. Il presidente Sadat era stato assassinato (ottobre 1981) e i nuovi capi dell’Egitto avevano chiesto anche all’Italia di intervenire per calmare la situazione. Fu così che, sorprendendo molti osservatori internazionali, il 30 ottobre 1981 il Consiglio dei Ministri a Roma decise che l’Italia avrebbe agito militarmente in Medio Oriente con chi ci stava. Ci furono incomprensioni in Europa e alte proteste della opposizione parlamentare in Italia, anche con accuse di incostituzionalità. Arafat e molti paesi arabi si erano dichiarati contrari a quella mossa italiana e ciò dava fiato all’opposizione interna. Ma il governo tenne ferma la sua linea e nel marzo 1982 fu spedita una formazione navale a pattugliare lo stretto di Tiran in Mar Rosso. Non eravamo soli, c’era una Forza Multinazionale che si divideva i compiti nell’area che doveva fare da cuscino fra Israele e l’Egitto. L’operazione andò bene e i rapporti italo-egiziani, in particolare, migliorarono considerevolmente. Iniziò allora una intensa cooperazione fra Roma e Il Cairo, anche in campo militare.

La 1.a e la 2.a spedizione in Libano avvennero anch’esse al di fuori dell’ONU ma gli esperti di diritto internazionale hanno sempre sostenuto che le due spedizioni erano legittime perché avevano scopi umanitari e si fondavano sul consenso dello Stato interessato.

L’ONU aveva condannato le stragi e il disordine del Libano ma si era limitato a inviare qualche osservatore e a chiedere al Segretario Generale delle Nazioni Unite di verificare se c’era la possibilità di formare una forza di Caschi Blu. La situazione era molto tesa anche perché in quelle settimane l’esercito israeliano era entrato in Libano per affrontare le milizie di Arafat.

Fu così che tre potenze (Usa, Francia e Italia) decisero da sole, formarono una Forza Multinazionale, si procurarono il consenso del governo libanese e entrarono a Beirut. Dicemmo: “La gravità della situazione non poteva sopportare i tempi lunghi dell’ONU“.

La 1.a spedizione in Libano (avviata nell’agosto 1982) doveva sostanzialmente servire a proteggere la ritirata delle truppe di Arafat accerchiate in Libano dall’esercito israeliano. Anche l’opposizione parlamentare fu d’accordo. Non fu facile per i gruppi parlamentari dell’opposizione di sinistra dare un avallo all’impegno italiano a fianco degli Stati Uniti. Poche settimane prima quegli stessi gruppi avevano duramente attaccato in Parlamento il governo americano per la sua politica in Medio Oriente. Per stabilizzare l’area alcuni ambienti politici italiani, interni ed esterni alla maggioranza di governo, si erano saldati fra di loro e puntavano esclusivamente sull’intervento dell’ONU. Su questo punto c’era una sintonia con l’ex primo ministro Andreotti - allora esponente dell’Unione interparlamentare europea - che non nascondeva le sue preoccupazioni per un intervento militare italiano in uno schieramento patrocinato dagli Stati Uniti e al di fuori dello schema ONU. Ma la spedizione serviva anche a salvare Arafat e questo bastava per acquietare molti animi.

 La 2.a spedizione in Libano (avviata nel settembre 1982) mirava a ristabilire l’ordine a Beirut-Ovest dopo le stragi di Sabra e Chatila e l’assassinio del presidente libanese e a sostenere e consolidare il governo di Beirut passato in quei giorni nelle mani del fratello del leader ucciso. Fu d’accordo anche l’opposizione ma tale accordo durò poco. Già nell’autunno 1982 vennero espresse varie riserve perché - si sosteneva - gli scopi della missione stavano mutando: non più solo azione umanitaria ma anche intervento politico. Ci fu chi definì “patetica” la spedizione e mise in guardia contro i pericoli di una Italia interventista e contro il rafforzamento del blocco industriale-militare che si sospettava stesse dietro a tutta l’operazione. Per ricordare qualcosa del clima di allora rammento l’apostrofe di un deputato di opposizione: “Voi del governo cercate il morto in Libano per risollevare lo spirito nazionalista del nostro popolo”.

Crisi della spedizione

Per la nostra gente a Beirut non furono rose e fiori. Certo, l’accoglienza della popolazione era buona e la simpatia soprattutto dei poveri diavoli crebbe via via che il nostro contingente dimostrava tutta la sua carica di umanità con l’ospedale e le mense e quant’altro al servizio anche dei locali. Ma la lotta politica in Libano era improntata ad una violenza così estrema da scatenare ondate improvvise di odio e sete di vendetta. Tutto era perciò eccezionalmente complicato.

Già nei primi giorni di ottobre 1982, a una settimana dal nostro secondo sbarco, il governo libanese aveva dato il via ad una vasta operazione di polizia. In pochi giorni erano state arrestate circa 1500 persone di ogni cittadinanza e colore politico, compresa gente profuga dalla Palestina. Ovviamente le autorità di Beirut avevano cura di sottolineare che erano stati sequestrati molti quantitativi di armi. Ci fu una certa emozione nel nostro Parlamento. Il nostro governo esaminò le cose ed a me venne dato l’incarico di riferire alle Camere. Prendemmo una posizione ferma contro gli arresti e notificammo al presidente Gemayel e al suo primo ministro Wazzan che non avremmo accettato il protrarsi di una situazione contraria allo stato di diritto. Ricordammo anche ai governanti libanesi che senza di noi difficilmente sarebbero rimasti in sella. Lo stesso avviso venne comunicato a Washington e a Parigi. In loco, i nostri si dettero da fare per sapere tutto su quegli arresti: nominativi, nazionalità, motivazioni delle accuse, luoghi e modalità della detenzione ecc. Un terzo circa dei prigionieri fu liberato in tempi brevi. Il quadro si rasserenò per un buon periodo.
Tutto precipiterà un anno dopo. La crisi, cominciata a fine agosto 1983 con l’insurrezione delle milizie sciite contro il governo libanese, si allargò nell’autunno successivo a seguito della battaglia divampata fra le fazioni libanesi per il controllo delle montagne del Chouf, quando divenne forte la pressione armata della Siria, esplosero gli attentati contro le forze americane e francesi, crebbe il malumore dell’URSS, e i corpi di spedizione degli Stati Uniti e della Francia cominciarono a prendere parte con artiglieria e aerei alla guerra fra i vari partiti libanesi. Gli Stati Uniti si possono capire. A Washington, potenza planetaria impegnata nella ciclopica sfida fra Est e Ovest, non poteva piacere un aumento dell’influenza siriana dietro la quale era facile intravedere il grande nemico sovietico.

In conseguenza di questi fatti l’opposizione parlamentare italiana si dichiarò contro la spedizione. A suo giudizio i nostri soldati in Libano stavano perdendo la caratteristica di forza di pace e si stavano trasformando in una forza di intervento. Si arrivò così a dire che, se la Forza Multinazionale era una forza di dissuasione, tutta la missione italiana diventava incostituzionale e doveva essere annullata (novembre 1983).

Anche il premier Craxi, assunto il governo del Paese nell’agosto 1983, ebbe un diverso approccio alla questione. Non vedeva più il Libano nell‘ottica che aveva determinato la spedizione un anno prima. Arrivò ad un diverbio con Mitterrand al vertice di Venezia sugli indirizzi da dare alle operazioni in Libano, in particolare a proposito delle rappresaglie da autorizzare contro gli attentati terroristici dell’ottobre 1983. Andreotti, ora ministro degli esteri di Craxi, su questo punto fu ancora più severo con i francesi. Craxi era fautore di una indipendenza energica dell’Italia in un quadro di amichevoli relazioni dirette con gli Stati Uniti ma sosteneva con passione la necessità di aperture sempre più risolute verso il Terzo Mondo e verso alcune dirigenze dei paesi emergenti. Non a caso di lì a poco divenne delegato speciale del Segretario Generale dell’ONU per i problemi dello sviluppo. Quanto al Libano Craxi pensava che l’Italia dovesse cessare di sostenere il governo libanese di Gemayel (mentre questo era uno degli scopi della spedizione stabiliti per accordo internazionale) e dovesse invece divenire un mediatore equidistante fra le varie fazioni libanesi. Fra i litiganti c’erano alcuni gruppi che aderivano all’Internazionale socialista (Jumblatt, capo dei drusi, ad esempio, che nell’ottobre 1983 venne ricevuto a Roma con tutti gli onori) e Craxi ne teneva conto. Anche Pertini - che pure era stato in Libano nella primavera 1983 ed era stato letteralmente acclamato dalle nostre truppe - non era più solidale con l’iniziativa militare e voleva il ritorno dei soldati. Su Jumblatt, tuttavia, Pertini a differenza di Craxi dava un giudizio pessimo e non lo ricevette al Quirinale. Craxi in ogni modo badò a legittimare tutte le scelte precedenti e ribadì che l’intervento in Libano era stato necessario, anzi lo si sarebbe dovuto realizzare “prima”, quando la situazione non era ancora degenerata.

Nel febbraio 1984 Spadolini, ministro della difesa, annunciò il ritiro degli italiani. Gli inglesi, senza tanti discorsi, se ne erano già andati da un mese.

Pioveva a dirotto a Livorno e tutto era molto grigio (nonostante la città imbandierata si rivelasse molto patriottica) quando i nostri, scesi dalle navi, si schierarono sui moli e sfilarono per le vie del centro. C’era Pertini a salutarli. E Spadolini disse: “Presidente, te li ho riportati tutti a casa!”. A Livorno non c’era il battaglione “San Marco” ma solo una sua rappresentanza. I fanti di marina erano rimasti a Beirut per garantire il completo ripiegamento del contingente italiano e assicurarsi che nulla di nostro fosse abbandonato, salvo quanto avevamo deciso di lasciare ordinatamente alla gente di Beirut per usi civili. Il “San Marco” riprenderà il mare verso l’Italia un mese più tardi con i cacciatorpediniere “Intrepido” e “Audace” che per tutto quel tempo gli avevano protetto le spalle incrociando al largo di Beirut. Con i fanti di marina ci saranno alcuni paracadutisti della compagnia carabinieri, rimasti fino all’ultimo in Libano.

Il nostro schieramento

La 1.a spedizione in Libano, secondo gli accordi multinazionali e il protocollo d’intesa col governo libanese, doveva essere brevissima (un mese o anche meno) e fu infatti molto breve. L’Italia inviò un battaglione bersaglieri di circa 600 uomini: il “Governòlo” comandato dal tenente-colonnello Tosetti poi generale.

La 2.a spedizione non aveva scadenze. USA, Francia e Italia dovevano tenere a Beirut-Ovest una forza di 6/7 mila soldati (2000/2500 uomini per ciascuno Stato). La Gran Bretagna, che aderì più tardi alla Forza Multinazionale, inviò solo 100 soldati. Ad ogni contingente venne assegnata una zona da presidiare, ma non alla Gran Bretagna. La Francia teneva il centro della città dove erano acquartierate le forze cristiane, gli Stati Uniti l’aeroporto anche per proteggere la vicina linea occupata da Israele, l’Italia un’ampia zona dal mare fino all’entroterra dove erano situati i campi palestinesi.

La struttura dei tre contingenti militari era simile: fanteria leggera con protezione di forze corazzate e di artiglieria. In mare, di fronte al Libano, si riunì una notevole forza navale tripartita e a Cipro, nelle basi britanniche, stazionavano forze aeree dei tre paesi. La nostra Marina fece un considerevole sforzo mantenendo in quelle acque una formazione navale consistente (2 incrociatori, 2 caccia d’altura, 4 fregate oltre a navi di sostegno) al comando di uno sperimentato ammiraglio, Giasone Piccioni. Per valutare il contributo italiano basta ricordare che gli Stati Uniti, sorprendendo gli osservatori internazionali per l’imponenza del loro schieramento navale, avevano portato nel Mediterraneo orientale una flotta di venti unità.

Lo schieramento italiano tuttavia si differenziò da quello franco-americano. Noi scegliemmo di dare al nostro contingente un carattere che non fosse quello tipico delle truppe di occupazione e mantenemmo anche negli apprestamenti militari in loco una linea di discrezione che puntava al dialogo. Tale linea - che poteva apparire vulnerabile in caso di attacchi militari di forze organizzate - si rivelò vincente. Nessun attentato grave fu infatti compiuto contro gli italiani. Ci furono scontri sporadici (che costarono la vita ad un fante di marina, Filippo Montesi, e un’ottantina di feriti fra cui 6 ufficiali) ma nessun assalto terroristico.

In Libano si avvicendarono fanti di marina, bersaglieri, paracadutisti, cavalleggeri, carabinieri. E soldati della logistica e della sanità con 100 ufficiali medici oltre ad un reparto di 130 infermiere volontarie della Croce Rossa che si comportarono magnificamente.

Sulla composizione del forze italiane, sul loro reclutamento (leva o volontari) e armamento, sullo stato delle cose in Libano e sull’evoluzione degli avvenimenti le Commissioni Esteri e Difesa del Parlamento furono tempestivamente e costantemente informate. Le truppe venivano avvicendate ogni quattro mesi, ma molti ufficiali e sottufficiali rimasero in Libano per tutto il tempo della spedizione (18 mesi). Lo sforzo finanziario fu alto. Con gli avvicendamenti portammo e tenemmo in Libano oltre 8000 uomini con carriaggi, artiglierie, blindati, navi e aerei. Basta pensare ad un piccolo dato: la paga del soldato semplice venne fissata in 1600 dollari al mese.

Il comando del contingente fu affidato al colonnello Franco Angioni (poi generale e in sèguito parlamentare). Nel gennaio 1983 a Beirut, come ministro della difesa consegnai alle nostre truppe la bandiera di combattimento che era il riconoscimento di un impegno militare e non solo umanitario.

Era la prima volta che una bandiera di guerra veniva consegnata a soldati italiani all’estero e credo che sia stata l’ultima. Quella bandiera è ora conservata con gli onori militari al Vittoriano di Roma.

Alla direzione operativa dal quartiere generale della difesa nel palazzo Baracchini, sede del ministro, provvedevano il generale Pietro Giannattasio (più tardi Capo-Gabinetto del ministro e poi parlamentare) e il colonnello Bonifazio Incisa di Camerana (poi Capo di Stato Maggiore dell’Esercito). A questi due ufficiali si deve in sostanza il successo complessivo della missione. Su di loro sovrintendevano due Capi di Stato Maggiore (Cappuzzo per l’Esercito e Monassi per la Marina) e il Capo-Gabinetto del ministro, De Paolis, generale dell’Aeronautica. A Franco Angioni si deve invece l’eccellente comportamento militare e politico delle nostre truppe in loco e le buone relazioni che l’Italia riuscì a stabilire con tutti in quel groviglio di rivalità e contrasti che era il Libano. Anche i nostri servizi di intelligence dettero buona prova, eppure erano stati da poco sinistrati dallo scandalo P2. Emersero in Libano alcune figure di comandanti e ufficiali particolarmente capaci. Ricordo il capitano Corrado Cantatore a cui fu affidato lo staff delle relazioni pubbliche e si rivelò molto bravo. Mi colpì un capo naturale e carismatico, il capitano di fregata Pierluigi Sambo, comandante dei nostri fanti di marina, un ufficiale che era padre venerato per i suoi uomini, guerriero risoluto e diplomatico pacificatore con la gente del luogo.

Mezzi e uomini. Carenze e conferme

La spedizione rivelò alcune carenze del nostro apparato militare. Carenze di mezzi, non di uomini.

La gente - volontari e leva - si dimostrò ben preparata. La Difesa fra l’altro disponeva di alcuni reparti di assalto che potevano ben figurare. Ne avevamo un buon numero, 2/3 mila uomini, un discreto patrimonio: il battaglione e poi reggimento di marina “San Marco”, il reggimento lagunari dell’esercito “Serenissima”, i battaglioni speciali dei carabinieri e i commandos della marina. Senza contare la brigata paracadutisti “Folgore”. Dove cascava l’asino erano i mezzi. Pochi tecnologicamente competitivi, molti - in alcuni campi - invecchiati o sorpassati. Avevo denunciato con franchezza questa situazione alle Camere fin dalla primavera del 1980 e proposto un programma di rilancio delle forze armate e di valorizzazione degli uomini. Per il Libano l’arretratezza di alcuni mezzi in qualche comparto si vide sùbito.

La Marina disponeva di buone unità ma aveva dei problemi con le navi da trasporto e con le navi da sbarco. Fino a quel momento il potere politico in Italia non aveva mai previsto la necessità di trasferire lontano dalle nostre basi un contingente considerevole di truppe. La Marina in pratica disponeva soltanto di due unità trasporto (“Grado” e “Caorle”) residuati americani vecchi di trent’anni e di due unita-sbarco (“Bafile” e “Cavezzale”) anch’esse ex-USA risalenti addirittura alla seconda guerra mondiale. Quanto ai mezzi anfibi per gli sbarchi delle truppe sulle spiagge, erano pochi e non molto affidabili. Li vidi all’opera durante una manovra navale nel canale di Otranto: male in arnese. Difatti durante la traversata dall’Italia a Beirut una delle navi trasporto andò in avaria rallentando tutta la spedizione. Si sospettò un sabotaggio ma il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Monassi, rispose sdegnato: “Ma quale sabotaggio! Il solo sabotaggio è la vecchiaia!“. Al momento dello sbarco a Beirut qualche mezzo anfibio si inceppò. L’Aeronautica, che aveva i suoi problemi con gli aerei da combattimento (i “Tornado” non erano ancora in linea), disponeva di un numero limitato di aerei quadrimotori C130 e bimotori G222 per il trasporto truppe. Il trasferimento fu dunque difficoltoso.

La Difesa capì la lezione. Dato che si doveva ormai prevedere che il Paese si sarebbe anche in avvenire impegnato in spedizioni militari a distanza (il Libano era a 2000 km dall’Italia), stabilimmo di dotare le nostre forze armate di navi e aerei adatti, capaci cioè di realizzare celermente una operazione lontana. Sul momento, poiché non c’erano in ogni campo mezzi militari come si deve e nella giusta quantità, decidemmo di usare i più moderni mezzi civili di cui il Paese disponeva (navi e aerei). Così fu fatto anche in Libano durante gli avvicendamenti delle truppe successivi al primo sbarco. Furono requisiti nei porti e aeroporti civili navi e aerei efficienti di vario tipo. Qualcuno, anche nel mondo militare, storse la bocca ma questo, del resto, ci insegnava l’illustre storia delle forze armate britanniche. Non dimentichiamo Dunkerque!

Furono comunque progettate immediatamente 3 nuove e grandi navi trasporto e sbarco (“San Giorgio”, San Marco” e “San Giusto”) che entrarono in squadra poco dopo e fanno ancora buona figura.

In Libano i nostri soldati si comportarono bene. Agli iniziali sorrisi ironici della stampa internazionale per il piumetto dei bersaglieri e per il colore bianco da noi dato ai nostri mezzi militari (“Gli italiani - scrisse un grande quotidiano di lingua inglese - sono arrivati con i loro carrettini da gelato”) subentrò un generale diffuso apprezzamento per la professionalità e l’umanità della nostra gente. Fece il giro del mondo la foto-notizia in cui si vedeva e si diceva che fra le dune di Beirut un sergente dei paracadutisti italiani faceva istruzione di combattimento ai marines americani. E quando la spedizione militare occidentale ebbe fine lo stesso quotidiano di lingua inglese che aveva all’inizio trovato da ridire su di noi arrivò a riconoscere che se la spedizione fosse stata fatta soltanto dagli italiani e con i criteri di ingaggio stabiliti dagli italiani il risultato finale sarebbe stato migliore.

Entusiasmo iniziale e poi qualche timore 

Il premier Spadolini (estate 1982) fu fermo sostenitore della missione in Libano. Con me ebbe un momento di entusiasmo. A Palazzo Chigi, una notte, a tu per tu, ascoltata la mia relazione sui preparativi militari e sulle ricadute politiche che la spedizione poteva avere, esclamò: “Ma questa è una nuova Crimea! Io sono Cavour e tu sei Lamarmora!”. Rideva ma si vedeva benissimo che era commosso.

Tuttavia Spadolini ebbe presto qualche timore. Era sorto il problema se aumentare le nostre forze in Libano. A me ne aveva parlato il presidente Gemayel che era interessato a rafforzare l’autorità del suo governo nell’area di Beirut. Avevo consultato Angioni durante una delle mie visite in Libano (gennaio-febbraio 1983) e il comandante non mi aveva nascosto che un consolidamento del nostro contingente avrebbe facilitato il suo compito. Pensavo di portare la nostra forza (2500 uomini) a livello di una brigata (circa 5000 uomini) e Angioni intanto era stato promosso da colonnello a generale di brigata. Ma, passate le consegne di ministro della difesa a Spadolini (agosto 1983), il nuovo ministro respinse la richiesta di Gemayel (settembre 1983). Quanto alle montagne del Chouf che di lì a poco diventarono il nuovo casus belli in Libano (ottobre 1983), il governo italiano era stato invitato a estendere la protezione militare italiana in qualche zona del Chouf. L’invito era venuto anche da Washington dove il segretario alla difesa Caspar Weinberger - che avevo conosciuto bene - stimava molto la spedizione italiana. Sul Chouf i nostri c’erano già stati nel gelido inverno fra l’82 e l’83 quando una incessante bufera di neve e grandi valanghe avevano isolato tutta la montagna e cancellato ogni infrastruttura. I nostri erano accorsi e avevano salvato dalla disperazione molti villaggi dove la gente vinta del panico non sapeva dove fuggire perché le bande armate delle fazioni libanesi e l’esercito siriano bloccavano ogni movimento. Sul Chouf, quando si parlò di portarvi una rete protettiva italiana, si progettò di far intervenire un battaglione alpini, ma non venne presa alcuna decisione finché tutto cadde perché il Chouf - esploso nel più assoluto disordine - aveva cambiato il quadro libanese.

Interventisti e euro-atlantici a confronto

Non so se sull’intiepidimento di Spadolini rispetto al tempo in cui era primo ministro abbia influito la discussione che si era allora accesa in ambienti influenti (università, centri-studi, riviste). Si analizzava il “new deal” e si contrapponevano i “neo-nazionalisti” ai “neo-pragmatici”, cioè gli “interventisti” agli “euro-atlantici”. Dei primi - si diceva - faceva parte il ministro della difesa che aveva contribuito alla scelta degli “euromissili” e alle due decisioni del Sinai e del Libano, ma si aveva cura di sottolineare che il suo compagno di fede politica, l’influentissimo leader Craxi, per alcuni aspetti del “new deal” non era classificabile sulla stessa lunghezza d’onda.
Per gli “interventisti” la spedizione in Libano era una prova, un inizio. Per gli “euro-atlantici” era invece una eccezione e tale doveva restare.

Quanto ai vertici militari non si poteva applicare lo stesso schema. Gli Stati Maggiori infatti erano molto prudenti e guardinghi, un po’ perché storicamente lo sono sempre stati e un po’ perché erano consapevoli della debolezza del nostro apparato militare. Tutto dipendeva dalla politica. Se Governo e Parlamento avessero scelto di impegnare l’Italia con un disegno di più alto profilo e di lungo respiro in una dimensione mediterraneo - africana con margini di indipendenza rispetto alla Alleanza atlantica, anche le forze armate andavano riviste, riordinate e potenziate. La Marina aveva colto per prima questo aspetto e chiedeva ad esempio, con più forza che nel passato, la costruzione di portaerei. La Marina aveva già sperimentato qualche episodio di “braccio lungo”: una prima volta, alla fine degli Anni Settanta, nel Mar Cinese meridionale per aiutare il popolo vietnamita in fuga e una seconda volta nell’Oceano Indiano (nei primissimi Anni Ottanta) per una esercitazione dinanzi alle coste dello Yemen e della Somalia. Sostenitore esplicito del “braccio lungo” si fece l’ammiraglio Marulli, capo di Stato maggiore della Marina nel 1984. Va ricordato a questo riguardo che nella primavera del 1983 era stata finalmente varata a Monfalcone la prima portaerei italiana (la “Garibaldi”) e già se ne stava progettando una seconda e più potente. La nave verrà più tardi ed avrà un nome augurale “Andrea Doria”.

Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica non era contrario ad un maggior dinamismo della Difesa ma non credeva che le portaerei fossero la risposta giusta. Difensore un po’ imbarazzato di questa tesi fu, sempre nel 1984, il generale Cottone, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica. Niente di nuovo, in verità. L’opposizione dell’Aeronautica alle portaerei risaliva agli Anni Venti, al tempo di Italo Balbo.

Lo Stato Maggiore dell’Esercito era molto legato alla strategia NATO e quindi al breve e secondario fronte italiano delle Alpi Giulie dove poteva bastare un esercito di Serie B sostenuto da buone brigate alpine. Ma reagì bene alle novità strategiche e si adoperò attivamente quando gli fu ordinato (1980-1981) di cominciare a ”diluire” verso il Sud le nostre forze dislocate tutte a Nord-Est. Nell’autunno 1980 l’esercito aveva dato una buona prova di efficienza col terremoto dell’Irpinia. In pochi giorni due intere divisioni erano state trasferite dal Nord in Campania per assistere la popolazione e aiutare la ricostruzione. Gli addetti militari stranieri a Roma avevano studiato la cosa e inviato ai rispettivi governi dispacci riservati con giudizi lusinghieri sulla mobilità del nostro esercito. Il presidente Pertini, andato sui luoghi del terremoto nelle primissime ore del sisma, tornò a Roma indignato per i ritardi nei soccorsi e fustigò mezzo mondo in un veemente discorso televisivo, ma fece l’elogio dei soldati che aveva già visto al lavoro. Fu allora che la Difesa progettò una unità speciale di pronto intervento (una brigata) valida per missioni all’estero e per azioni di difesa e protezione civile. Venne trovata una parola d’ordine, portata anche in Parlamento: “bazooka e pala”.

C’è da aggiungere che - nel quadro del “new deal” e del confronto fra ”interventisti” e “euro-atlantici” - si inserì allora un dibattito sulla Bomba atomica. In alcuni ambienti, sia politici (ricordo l’onorevole Bartolo Ciccardini, sottosegretario alla Difesa) sia militari (ricordo l’ammiraglio Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Difesa), si sostenne che sarebbe stato giusto dotare l’Italia di un’arma nucleare propria. C’era da rammaricarsi - si diceva - della fretta con la quale l’Italia aveva ratificato il trattato di non-proliferazione nucleare; una Bomba atomica era poco costosa, l‘Italia era in grado di produrla e uno stock di questi ordigni nelle nostre basi avrebbe dato all’Italia un più rilevante rango internazionale. Ma il dibattito fu soffocato dall’enorme clamore che allora suscitavano due altre questioni nucleari: gli euromissili e la Bomba ai neutroni.
Per tornare a Spadolini va detto che era molto atlantico e quando divenne ministro della difesa (estate 1983) impresse subito uno stop alle idee mediterraneo - africane. Vedi i suoi “Indirizzi di politica militare” presentati alle Camere nel novembre 1983, dove precisò che “l’Italia non deve far niente al di fuori del collegamento euro-atlantico” e sottolineò che “è un errore prefiggersi una vocazione mediterranea e mediatrice fra le parti”. Ma le cose negli ambienti militari dovevano avere preso un certo abbrivio con il “new deal” e Spadolini, che probabilmente le registrò, corresse l’anno dopo il suo stesso “stop”. Nell’autunno 1984, presentando il bilancio di previsione della Difesa per il 1985, tornò a citare qualche spunto del “new deal”: ruolo mediterraneo dell’Italia, margini di autonomia del nostro Paese, pericoli di accerchiamento sovietico da Sud.

Poi su queste cose il dibattito è cessato ed è tornato il silenzio.

Un giudizio conclusivo sul Libano

Sui risultati politici complessivi dell’operazione della Forza Multinazionale il giudizio resta in bilico. L’Occidente dimostrò per la prima volta dopo la crisi di Suez del 1956 di essere pronto ad intervenire militarmente nella polveriera del Medio Oriente. La fine di una prassi remissiva di assenza - così fu detto - era già di per sé un fatto politico rilevante, un fatto, il solo fatto certo di tutta la vicenda.

La pacificazione del Libano però non ci fu. Nei primi tempi sembrò che tale obiettivo fosse raggiungibile. Beirut Ovest, presidiata dalla Forza Multinazionale, si era fatta calma e vivibile. Non come Beirut Est che, risparmiata dalla guerra, aveva continuato a fiorire come una tranquilla metropoli turistica europea, ma - insomma - anche nella parte ovest della capitale libanese la vita aveva ripreso un ritmo sopportabile. Poi la situazione si deteriorò. La Siria, allora filosovietica, lavorò perché l’operazione occidentale entrasse in crisi. Non si può escludere un ruolo destabilizzante diretto dell’URSS che non aveva interesse ad un successo occidentale nell’area.
Per l’Italia è diverso. Era la prima volta che l’Italia metteva il naso fuori dalla porta di casa dopo la seconda guerra mondiale, la prima volta che usava la sua forza militare. E la prova fu positiva. Non è stato più così, nel senso che non c’è stata più una esperienza paragonabile al Libano. In Libano l’Italia era un partner alla pari, una potenza protagonista. Non prestammo i nostri uomini ad operazioni decise e comandate da altri. Prendemmo l’iniziativa e tenemmo la testa. Il fatto stesso che la Forza Multinazionale non avesse un comandante unico ma solo un comitato di collegamento fra i tre (e poi quattro) corpi di spedizione alleati e fra gli ambasciatori dei paesi intervenuti sottolinea il carattere paritetico della missione. Quel comitato di collegamento era presieduto dal presidente libanese Gemayel, il che significa che si trattava di una sede diplomatica e non di un comando militare.

Nelle successive missioni di pace siamo stati, come altri paesi europei e no, un “vagone del convoglio” piuttosto che una “locomotiva”. In Libano fummo una “locomotiva”. Non lo siamo stati più. Non so se il Paese percepì bene la novità, forse sì, in parte. So che per gli Stati Maggiori fu una iniezione di speranza e di coraggio. Negli anni venuti dopo, quando siamo stati chiamati in operazioni collettive di pace, la nostra gente in armi è stata sempre apprezzata e buone figure di ufficiali sul campo hanno reso un notevole servigio al Paese. E’ quel che avviene oggi nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq ed è ciò che è accaduto anche in un momento di guerra vera (la prima guerra del Golfo) dove, sì, ci fu qualche stonatura ma da addebitare - non alle nostre forze armate - bensì all’approccio a volte troppo spettacolare ed emotivo del nostro mondo della informazione. Il Libano tuttavia, per i suoi aspetti politici soprattutto, rimane un esempio che non si è ripetuto.

Sono cose che restano, anche se il tempo passa e logora le memorie. Al riguardo credo meriti un attimo di attenzione la circostanza che, appena conclusa la missione, cadde sul Libano un lungo e tenace silenzio; e il poco che si è raccontato lo si è fatto avendo cura di non evidenziare gli aspetti più propriamente politici e quindi più rilevanti di quella nostra operazione militare. Un tributo pagato al cosiddetto “politicamente corretto”. La spinta “interventista” non era più di moda e ricordarne qualche passato passaggio non sembrava opportuno a chi non amava la forza della verità. Solo nei tardi Anni Novanta, quando si è ritrovato qua e là il coraggio di riflettere sulla storia vera della Prima Repubblica, la spedizione militare in Medio Oriente è tornata oggetto di qualche approfondimento e nelle Università è accaduto che qualche insegnante abbia intitolato al Libano qualche tesi di laurea. Questo risveglio di interesse politico-culturale sulla spedizione militare dei primi Anni Ottanta appare quasi sempre collocato nella cornice dei commenti al “new deal” di quel tempo e della decisiva svolta politica che si realizzò con gli euromissili. È un buon segno. In altri paesi, diversi dal nostro - in particolare nei paesi occidentali di lingua inglese - per loro fortuna, questa lunga parentesi di oblio non c’è stata. E nei loro paesi, segnatamente nelle scuole degli Stati Maggiori e nei centri studi strategici e militari, il Libano è rimasto sempre un capitolo di virtù politiche, militari e umane, sul quale si è avuto cura di tenere sempre accese le luci della ribalta. Anche questa differenza fra noi e gli altri, in fondo, può insegnare qualcosa. Aiuta a capire un po‘ meglio la difficile storia e le contraddizioni del nostro Paese.

Lelio Lagorio - Luglio 2003.

pubblicato su: “Rivista Marittima” - Rivista della Marina Militare dal 1868 - Fascicolo: Autunno 2003

 

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