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LA MISSIONE ITALIANA DI PACE IN LIBANO

(Missione "Libano 1")

Su richiesta del Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri del Governo libanese, stato disposto dal Governo italiano l'invio di un battaglione con lo scopo di assicurare l'incolumit fisica del personale palestinese in partenza da Beirut e degli abitanti della regione di Beirut stessa e favorire il ristabilimento della sovranit e delle autorit del Governo libanese.

La missione, comandata dall'allora Tenente Colonnello Bruno TOSETTI, stata svolta nel periodo dal 23 agosto all'11 settembre 1982 e affidata al 2 battaglione bersaglieri "Governolo", composto da 1 Compagnia Comando, 2 Compagnie meccanizzate, 1 plotone genio e 1 plotone carabinieri, per un totale di 519 uomini (40 Ufficiali, 81 Sottufficiali e 389 militari di truppa) con al seguito circa 200 mezzi tra ruotati e cingolati.

La missione stata effettuata senza alcun incidente.

(Missione "Libano 2")

A seguito dei tragici avvenimenti accaduti nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, alla periferia ovest di Beirut e alle consultazioni tra il Governo libanese ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite, in applicazione della Risoluzione 521 del Consiglio di Sicurezza, il Governo libanese ha chiesto ad alcuni Paesi, tra cui l'Italia, una Forza multinazionale da interporre in localit concordate.

Ci al fine di assicurare il ristabilimento della sovranit e dell'autorit del Governo libanese nell'area di Beirut e, nel contempo, garantire l'incolumit della popolazione.

La missione italiana, comandata dall'allora Generale di Brigata Franco ANGIONI e denominata ITALCON, si sviluppata nel periodo dal 24 settembre 1982 al 6 marzo 1984. La forza media del contingente stata di circa 2.300 uomini di cui 1.550 destinati alle attivit operative e 750 a quelle logistiche.

L'impegno complessivo stato di 8.345 persone di cui 595 Ufficiali, 1.150 Sottufficiali, 6.470 militari di leva e 130 Infermiere volontarie. Essi disponevano di 319 mezzi ruotati, 52 mezzi speciali, 20 cucine rotabili, 97 veicoli di trasporto cingolati e 6 autoblindo.

Durante la missione si sono avuti 75 feriti ed un deceduto (Mar Filippo MONTESI a fronte di 275 statunitensi e 87 francesi).

LA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO 1982-1984

Considerazioni sui successi e le difficolt delloperazione - Il contributo e gli obiettivi della Marina di Lelio Lagorio.

Sono passati venti anni dalla spedizione italiana nel Libano. Lelio Lagorio che come ministro della Difesa promosse e organizz quella spedizione militare ricorda la vicenda in questo scritto che la Rivista Marittima lieta di pubblicare

La spedizione militare in Libano mise in luce nei primissimi Anni Ottanta un nuovo modo di concepire il ruolo dellItalia negli affari internazionali. Si parl di New Deal. Quel nuovo corso della nostra politica estera e militare era cominciato un paio danni prima con la scelta di schierare in Sicilia centododici rampe di missili nucleari Cruise. Era stata quella decisione a catapultare il nostro Paese alla ribalta mondiale nella fase pi acuta della sfida epocale fra Est e Ovest. Nellestate 1982 la spedizione militare in Libano fu la conferma dellelevato rango internazionale allora raggiunto dal nostro Paese.

Motivazione delle due spedizioni

Cera stato un precedente: la missione di una forza multinazionale, fuori dallONU, nel Sinai e nel Mar Rosso per garantire gli accordi di pace fra Israele ed Egitto stipulati a Camp David. A Camp David nel marzo 1979 si era stabilito che nella primavera del 1982 gli israeliani avrebbero sgombrato il Sinai. Ma la cosa non sembrava pacifica. Il presidente Sadat era stato assassinato (ottobre 1981) e i nuovi capi dellEgitto avevano chiesto anche allItalia di intervenire per calmare la situazione. Fu cos che, sorprendendo molti osservatori internazionali, il 30 ottobre 1981 il Consiglio dei Ministri a Roma decise che lItalia avrebbe agito militarmente in Medio Oriente con chi ci stava. Ci furono incomprensioni in Europa e alte proteste della opposizione parlamentare in Italia, anche con accuse di incostituzionalit. Arafat e molti paesi arabi si erano dichiarati contrari a quella mossa italiana e ci dava fiato allopposizione interna. Ma il governo tenne ferma la sua linea e nel marzo 1982 fu spedita una formazione navale a pattugliare lo stretto di Tiran in Mar Rosso. Non eravamo soli, cera una Forza Multinazionale che si divideva i compiti nellarea che doveva fare da cuscino fra Israele e lEgitto. Loperazione and bene e i rapporti italo-egiziani, in particolare, migliorarono considerevolmente. Inizi allora una intensa cooperazione fra Roma e Il Cairo, anche in campo militare.

La 1.a e la 2.a spedizione in Libano avvennero anchesse al di fuori dellONU ma gli esperti di diritto internazionale hanno sempre sostenuto che le due spedizioni erano legittime perch avevano scopi umanitari e si fondavano sul consenso dello Stato interessato.

LONU aveva condannato le stragi e il disordine del Libano ma si era limitato a inviare qualche osservatore e a chiedere al Segretario Generale delle Nazioni Unite di verificare se cera la possibilit di formare una forza di Caschi Blu. La situazione era molto tesa anche perch in quelle settimane lesercito israeliano era entrato in Libano per affrontare le milizie di Arafat.

Fu cos che tre potenze (Usa, Francia e Italia) decisero da sole, formarono una Forza Multinazionale, si procurarono il consenso del governo libanese e entrarono a Beirut. Dicemmo: La gravit della situazione non poteva sopportare i tempi lunghi dellONU.

La 1.a spedizione in Libano (avviata nellagosto 1982) doveva sostanzialmente servire a proteggere la ritirata delle truppe di Arafat accerchiate in Libano dallesercito israeliano. Anche lopposizione parlamentare fu daccordo. Non fu facile per i gruppi parlamentari dellopposizione di sinistra dare un avallo allimpegno italiano a fianco degli Stati Uniti. Poche settimane prima quegli stessi gruppi avevano duramente attaccato in Parlamento il governo americano per la sua politica in Medio Oriente. Per stabilizzare larea alcuni ambienti politici italiani, interni ed esterni alla maggioranza di governo, si erano saldati fra di loro e puntavano esclusivamente sullintervento dellONU. Su questo punto cera una sintonia con lex primo ministro Andreotti - allora esponente dellUnione interparlamentare europea - che non nascondeva le sue preoccupazioni per un intervento militare italiano in uno schieramento patrocinato dagli Stati Uniti e al di fuori dello schema ONU. Ma la spedizione serviva anche a salvare Arafat e questo bastava per acquietare molti animi.

 La 2.a spedizione in Libano (avviata nel settembre 1982) mirava a ristabilire lordine a Beirut-Ovest dopo le stragi di Sabra e Chatila e lassassinio del presidente libanese e a sostenere e consolidare il governo di Beirut passato in quei giorni nelle mani del fratello del leader ucciso. Fu daccordo anche lopposizione ma tale accordo dur poco. Gi nellautunno 1982 vennero espresse varie riserve perch - si sosteneva - gli scopi della missione stavano mutando: non pi solo azione umanitaria ma anche intervento politico. Ci fu chi defin patetica la spedizione e mise in guardia contro i pericoli di una Italia interventista e contro il rafforzamento del blocco industriale-militare che si sospettava stesse dietro a tutta loperazione. Per ricordare qualcosa del clima di allora rammento lapostrofe di un deputato di opposizione: Voi del governo cercate il morto in Libano per risollevare lo spirito nazionalista del nostro popolo.

Crisi della spedizione

Per la nostra gente a Beirut non furono rose e fiori. Certo, laccoglienza della popolazione era buona e la simpatia soprattutto dei poveri diavoli crebbe via via che il nostro contingente dimostrava tutta la sua carica di umanit con lospedale e le mense e quantaltro al servizio anche dei locali. Ma la lotta politica in Libano era improntata ad una violenza cos estrema da scatenare ondate improvvise di odio e sete di vendetta. Tutto era perci eccezionalmente complicato.

Gi nei primi giorni di ottobre 1982, a una settimana dal nostro secondo sbarco, il governo libanese aveva dato il via ad una vasta operazione di polizia. In pochi giorni erano state arrestate circa 1500 persone di ogni cittadinanza e colore politico, compresa gente profuga dalla Palestina. Ovviamente le autorit di Beirut avevano cura di sottolineare che erano stati sequestrati molti quantitativi di armi. Ci fu una certa emozione nel nostro Parlamento. Il nostro governo esamin le cose ed a me venne dato lincarico di riferire alle Camere. Prendemmo una posizione ferma contro gli arresti e notificammo al presidente Gemayel e al suo primo ministro Wazzan che non avremmo accettato il protrarsi di una situazione contraria allo stato di diritto. Ricordammo anche ai governanti libanesi che senza di noi difficilmente sarebbero rimasti in sella. Lo stesso avviso venne comunicato a Washington e a Parigi. In loco, i nostri si dettero da fare per sapere tutto su quegli arresti: nominativi, nazionalit, motivazioni delle accuse, luoghi e modalit della detenzione ecc. Un terzo circa dei prigionieri fu liberato in tempi brevi. Il quadro si rasseren per un buon periodo.
Tutto precipiter un anno dopo. La crisi, cominciata a fine agosto 1983 con linsurrezione delle milizie sciite contro il governo libanese, si allarg nellautunno successivo a seguito della battaglia divampata fra le fazioni libanesi per il controllo delle montagne del Chouf, quando divenne forte la pressione armata della Siria, esplosero gli attentati contro le forze americane e francesi, crebbe il malumore dellURSS, e i corpi di spedizione degli Stati Uniti e della Francia cominciarono a prendere parte con artiglieria e aerei alla guerra fra i vari partiti libanesi. Gli Stati Uniti si possono capire. A Washington, potenza planetaria impegnata nella ciclopica sfida fra Est e Ovest, non poteva piacere un aumento dellinfluenza siriana dietro la quale era facile intravedere il grande nemico sovietico.

In conseguenza di questi fatti lopposizione parlamentare italiana si dichiar contro la spedizione. A suo giudizio i nostri soldati in Libano stavano perdendo la caratteristica di forza di pace e si stavano trasformando in una forza di intervento. Si arriv cos a dire che, se la Forza Multinazionale era una forza di dissuasione, tutta la missione italiana diventava incostituzionale e doveva essere annullata (novembre 1983).

Anche il premier Craxi, assunto il governo del Paese nellagosto 1983, ebbe un diverso approccio alla questione. Non vedeva pi il Libano nellottica che aveva determinato la spedizione un anno prima. Arriv ad un diverbio con Mitterrand al vertice di Venezia sugli indirizzi da dare alle operazioni in Libano, in particolare a proposito delle rappresaglie da autorizzare contro gli attentati terroristici dellottobre 1983. Andreotti, ora ministro degli esteri di Craxi, su questo punto fu ancora pi severo con i francesi. Craxi era fautore di una indipendenza energica dellItalia in un quadro di amichevoli relazioni dirette con gli Stati Uniti ma sosteneva con passione la necessit di aperture sempre pi risolute verso il Terzo Mondo e verso alcune dirigenze dei paesi emergenti. Non a caso di l a poco divenne delegato speciale del Segretario Generale dellONU per i problemi dello sviluppo. Quanto al Libano Craxi pensava che lItalia dovesse cessare di sostenere il governo libanese di Gemayel (mentre questo era uno degli scopi della spedizione stabiliti per accordo internazionale) e dovesse invece divenire un mediatore equidistante fra le varie fazioni libanesi. Fra i litiganti cerano alcuni gruppi che aderivano allInternazionale socialista (Jumblatt, capo dei drusi, ad esempio, che nellottobre 1983 venne ricevuto a Roma con tutti gli onori) e Craxi ne teneva conto. Anche Pertini - che pure era stato in Libano nella primavera 1983 ed era stato letteralmente acclamato dalle nostre truppe - non era pi solidale con liniziativa militare e voleva il ritorno dei soldati. Su Jumblatt, tuttavia, Pertini a differenza di Craxi dava un giudizio pessimo e non lo ricevette al Quirinale. Craxi in ogni modo bad a legittimare tutte le scelte precedenti e ribad che lintervento in Libano era stato necessario, anzi lo si sarebbe dovuto realizzare prima, quando la situazione non era ancora degenerata.

Nel febbraio 1984 Spadolini, ministro della difesa, annunci il ritiro degli italiani. Gli inglesi, senza tanti discorsi, se ne erano gi andati da un mese.

Pioveva a dirotto a Livorno e tutto era molto grigio (nonostante la citt imbandierata si rivelasse molto patriottica) quando i nostri, scesi dalle navi, si schierarono sui moli e sfilarono per le vie del centro. Cera Pertini a salutarli. E Spadolini disse: Presidente, te li ho riportati tutti a casa!. A Livorno non cera il battaglione San Marco ma solo una sua rappresentanza. I fanti di marina erano rimasti a Beirut per garantire il completo ripiegamento del contingente italiano e assicurarsi che nulla di nostro fosse abbandonato, salvo quanto avevamo deciso di lasciare ordinatamente alla gente di Beirut per usi civili. Il San Marco riprender il mare verso lItalia un mese pi tardi con i cacciatorpediniere Intrepido e Audace che per tutto quel tempo gli avevano protetto le spalle incrociando al largo di Beirut. Con i fanti di marina ci saranno alcuni paracadutisti della compagnia carabinieri, rimasti fino allultimo in Libano.

Il nostro schieramento

La 1.a spedizione in Libano, secondo gli accordi multinazionali e il protocollo dintesa col governo libanese, doveva essere brevissima (un mese o anche meno) e fu infatti molto breve. LItalia invi un battaglione bersaglieri di circa 600 uomini: il Govern爂o comandato dal tenente-colonnello Tosetti poi generale.

La 2.a spedizione non aveva scadenze. USA, Francia e Italia dovevano tenere a Beirut-Ovest una forza di 6/7 mila soldati (2000/2500 uomini per ciascuno Stato). La Gran Bretagna, che ader pi tardi alla Forza Multinazionale, invi solo 100 soldati. Ad ogni contingente venne assegnata una zona da presidiare, ma non alla Gran Bretagna. La Francia teneva il centro della citt dove erano acquartierate le forze cristiane, gli Stati Uniti laeroporto anche per proteggere la vicina linea occupata da Israele, lItalia unampia zona dal mare fino allentroterra dove erano situati i campi palestinesi.

La struttura dei tre contingenti militari era simile: fanteria leggera con protezione di forze corazzate e di artiglieria. In mare, di fronte al Libano, si riun una notevole forza navale tripartita e a Cipro, nelle basi britanniche, stazionavano forze aeree dei tre paesi. La nostra Marina fece un considerevole sforzo mantenendo in quelle acque una formazione navale consistente (2 incrociatori, 2 caccia daltura, 4 fregate oltre a navi di sostegno) al comando di uno sperimentato ammiraglio, Giasone Piccioni. Per valutare il contributo italiano basta ricordare che gli Stati Uniti, sorprendendo gli osservatori internazionali per limponenza del loro schieramento navale, avevano portato nel Mediterraneo orientale una flotta di venti unit.

Lo schieramento italiano tuttavia si differenzi da quello franco-americano. Noi scegliemmo di dare al nostro contingente un carattere che non fosse quello tipico delle truppe di occupazione e mantenemmo anche negli apprestamenti militari in loco una linea di discrezione che puntava al dialogo. Tale linea - che poteva apparire vulnerabile in caso di attacchi militari di forze organizzate - si rivel vincente. Nessun attentato grave fu infatti compiuto contro gli italiani. Ci furono scontri sporadici (che costarono la vita ad un fante di marina, Filippo Montesi, e unottantina di feriti fra cui 6 ufficiali) ma nessun assalto terroristico.

In Libano si avvicendarono fanti di marina, bersaglieri, paracadutisti, cavalleggeri, carabinieri. E soldati della logistica e della sanit con 100 ufficiali medici oltre ad un reparto di 130 infermiere volontarie della Croce Rossa che si comportarono magnificamente.

Sulla composizione del forze italiane, sul loro reclutamento (leva o volontari) e armamento, sullo stato delle cose in Libano e sullevoluzione degli avvenimenti le Commissioni Esteri e Difesa del Parlamento furono tempestivamente e costantemente informate. Le truppe venivano avvicendate ogni quattro mesi, ma molti ufficiali e sottufficiali rimasero in Libano per tutto il tempo della spedizione (18 mesi). Lo sforzo finanziario fu alto. Con gli avvicendamenti portammo e tenemmo in Libano oltre 8000 uomini con carriaggi, artiglierie, blindati, navi e aerei. Basta pensare ad un piccolo dato: la paga del soldato semplice venne fissata in 1600 dollari al mese.

Il comando del contingente fu affidato al colonnello Franco Angioni (poi generale e in s銶uito parlamentare). Nel gennaio 1983 a Beirut, come ministro della difesa consegnai alle nostre truppe la bandiera di combattimento che era il riconoscimento di un impegno militare e non solo umanitario.

Era la prima volta che una bandiera di guerra veniva consegnata a soldati italiani allestero e credo che sia stata lultima. Quella bandiera ora conservata con gli onori militari al Vittoriano di Roma.

Alla direzione operativa dal quartiere generale della difesa nel palazzo Baracchini, sede del ministro, provvedevano il generale Pietro Giannattasio (pi tardi Capo-Gabinetto del ministro e poi parlamentare) e il colonnello Bonifazio Incisa di Camerana (poi Capo di Stato Maggiore dellEsercito). A questi due ufficiali si deve in sostanza il successo complessivo della missione. Su di loro sovrintendevano due Capi di Stato Maggiore (Cappuzzo per lEsercito e Monassi per la Marina) e il Capo-Gabinetto del ministro, De Paolis, generale dellAeronautica. A Franco Angioni si deve invece leccellente comportamento militare e politico delle nostre truppe in loco e le buone relazioni che lItalia riusc a stabilire con tutti in quel groviglio di rivalit e contrasti che era il Libano. Anche i nostri servizi di intelligence dettero buona prova, eppure erano stati da poco sinistrati dallo scandalo P2. Emersero in Libano alcune figure di comandanti e ufficiali particolarmente capaci. Ricordo il capitano Corrado Cantatore a cui fu affidato lo staff delle relazioni pubbliche e si rivel molto bravo. Mi colp un capo naturale e carismatico, il capitano di fregata Pierluigi Sambo, comandante dei nostri fanti di marina, un ufficiale che era padre venerato per i suoi uomini, guerriero risoluto e diplomatico pacificatore con la gente del luogo.

Mezzi e uomini. Carenze e conferme

La spedizione rivel alcune carenze del nostro apparato militare. Carenze di mezzi, non di uomini.

La gente - volontari e leva - si dimostr ben preparata. La Difesa fra laltro disponeva di alcuni reparti di assalto che potevano ben figurare. Ne avevamo un buon numero, 2/3 mila uomini, un discreto patrimonio: il battaglione e poi reggimento di marina San Marco, il reggimento lagunari dellesercito Serenissima, i battaglioni speciali dei carabinieri e i commandos della marina. Senza contare la brigata paracadutisti Folgore. Dove cascava lasino erano i mezzi. Pochi tecnologicamente competitivi, molti - in alcuni campi - invecchiati o sorpassati. Avevo denunciato con franchezza questa situazione alle Camere fin dalla primavera del 1980 e proposto un programma di rilancio delle forze armate e di valorizzazione degli uomini. Per il Libano larretratezza di alcuni mezzi in qualche comparto si vide s鸑ito.

La Marina disponeva di buone unit ma aveva dei problemi con le navi da trasporto e con le navi da sbarco. Fino a quel momento il potere politico in Italia non aveva mai previsto la necessit di trasferire lontano dalle nostre basi un contingente considerevole di truppe. La Marina in pratica disponeva soltanto di due unit trasporto (Grado e Caorle) residuati americani vecchi di trentanni e di due unita-sbarco (Bafile e Cavezzale) anchesse ex-USA risalenti addirittura alla seconda guerra mondiale. Quanto ai mezzi anfibi per gli sbarchi delle truppe sulle spiagge, erano pochi e non molto affidabili. Li vidi allopera durante una manovra navale nel canale di Otranto: male in arnese. Difatti durante la traversata dallItalia a Beirut una delle navi trasporto and in avaria rallentando tutta la spedizione. Si sospett un sabotaggio ma il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Monassi, rispose sdegnato: Ma quale sabotaggio! Il solo sabotaggio la vecchiaia!. Al momento dello sbarco a Beirut qualche mezzo anfibio si incepp. LAeronautica, che aveva i suoi problemi con gli aerei da combattimento (i Tornado non erano ancora in linea), disponeva di un numero limitato di aerei quadrimotori C130 e bimotori G222 per il trasporto truppe. Il trasferimento fu dunque difficoltoso.

La Difesa cap la lezione. Dato che si doveva ormai prevedere che il Paese si sarebbe anche in avvenire impegnato in spedizioni militari a distanza (il Libano era a 2000 km dallItalia), stabilimmo di dotare le nostre forze armate di navi e aerei adatti, capaci cio di realizzare celermente una operazione lontana. Sul momento, poich non cerano in ogni campo mezzi militari come si deve e nella giusta quantit, decidemmo di usare i pi moderni mezzi civili di cui il Paese disponeva (navi e aerei). Cos fu fatto anche in Libano durante gli avvicendamenti delle truppe successivi al primo sbarco. Furono requisiti nei porti e aeroporti civili navi e aerei efficienti di vario tipo. Qualcuno, anche nel mondo militare, storse la bocca ma questo, del resto, ci insegnava lillustre storia delle forze armate britanniche. Non dimentichiamo Dunkerque!

Furono comunque progettate immediatamente 3 nuove e grandi navi trasporto e sbarco (San Giorgio, San Marco e San Giusto) che entrarono in squadra poco dopo e fanno ancora buona figura.

In Libano i nostri soldati si comportarono bene. Agli iniziali sorrisi ironici della stampa internazionale per il piumetto dei bersaglieri e per il colore bianco da noi dato ai nostri mezzi militari (Gli italiani - scrisse un grande quotidiano di lingua inglese - sono arrivati con i loro carrettini da gelato) subentr un generale diffuso apprezzamento per la professionalit e lumanit della nostra gente. Fece il giro del mondo la foto-notizia in cui si vedeva e si diceva che fra le dune di Beirut un sergente dei paracadutisti italiani faceva istruzione di combattimento ai marines americani. E quando la spedizione militare occidentale ebbe fine lo stesso quotidiano di lingua inglese che aveva allinizio trovato da ridire su di noi arriv a riconoscere che se la spedizione fosse stata fatta soltanto dagli italiani e con i criteri di ingaggio stabiliti dagli italiani il risultato finale sarebbe stato migliore.

Entusiasmo iniziale e poi qualche timore 

Il premier Spadolini (estate 1982) fu fermo sostenitore della missione in Libano. Con me ebbe un momento di entusiasmo. A Palazzo Chigi, una notte, a tu per tu, ascoltata la mia relazione sui preparativi militari e sulle ricadute politiche che la spedizione poteva avere, esclam: Ma questa una nuova Crimea! Io sono Cavour e tu sei Lamarmora!. Rideva ma si vedeva benissimo che era commosso.

Tuttavia Spadolini ebbe presto qualche timore. Era sorto il problema se aumentare le nostre forze in Libano. A me ne aveva parlato il presidente Gemayel che era interessato a rafforzare lautorit del suo governo nellarea di Beirut. Avevo consultato Angioni durante una delle mie visite in Libano (gennaio-febbraio 1983) e il comandante non mi aveva nascosto che un consolidamento del nostro contingente avrebbe facilitato il suo compito. Pensavo di portare la nostra forza (2500 uomini) a livello di una brigata (circa 5000 uomini) e Angioni intanto era stato promosso da colonnello a generale di brigata. Ma, passate le consegne di ministro della difesa a Spadolini (agosto 1983), il nuovo ministro respinse la richiesta di Gemayel (settembre 1983). Quanto alle montagne del Chouf che di l a poco diventarono il nuovo casus belli in Libano (ottobre 1983), il governo italiano era stato invitato a estendere la protezione militare italiana in qualche zona del Chouf. Linvito era venuto anche da Washington dove il segretario alla difesa Caspar Weinberger - che avevo conosciuto bene - stimava molto la spedizione italiana. Sul Chouf i nostri cerano gi stati nel gelido inverno fra l82 e l83 quando una incessante bufera di neve e grandi valanghe avevano isolato tutta la montagna e cancellato ogni infrastruttura. I nostri erano accorsi e avevano salvato dalla disperazione molti villaggi dove la gente vinta del panico non sapeva dove fuggire perch le bande armate delle fazioni libanesi e lesercito siriano bloccavano ogni movimento. Sul Chouf, quando si parl di portarvi una rete protettiva italiana, si progett di far intervenire un battaglione alpini, ma non venne presa alcuna decisione finch tutto cadde perch il Chouf - esploso nel pi assoluto disordine - aveva cambiato il quadro libanese.

Interventisti e euro-atlantici a confronto

Non so se sullintiepidimento di Spadolini rispetto al tempo in cui era primo ministro abbia influito la discussione che si era allora accesa in ambienti influenti (universit, centri-studi, riviste). Si analizzava il new deal e si contrapponevano i neo-nazionalisti ai neo-pragmatici, cio gli interventisti agli euro-atlantici. Dei primi - si diceva - faceva parte il ministro della difesa che aveva contribuito alla scelta degli euromissili e alle due decisioni del Sinai e del Libano, ma si aveva cura di sottolineare che il suo compagno di fede politica, linfluentissimo leader Craxi, per alcuni aspetti del new deal non era classificabile sulla stessa lunghezza donda.
Per gli interventisti la spedizione in Libano era una prova, un inizio. Per gli euro-atlantici era invece una eccezione e tale doveva restare.

Quanto ai vertici militari non si poteva applicare lo stesso schema. Gli Stati Maggiori infatti erano molto prudenti e guardinghi, un po perch storicamente lo sono sempre stati e un po perch erano consapevoli della debolezza del nostro apparato militare. Tutto dipendeva dalla politica. Se Governo e Parlamento avessero scelto di impegnare lItalia con un disegno di pi alto profilo e di lungo respiro in una dimensione mediterraneo - africana con margini di indipendenza rispetto alla Alleanza atlantica, anche le forze armate andavano riviste, riordinate e potenziate. La Marina aveva colto per prima questo aspetto e chiedeva ad esempio, con pi forza che nel passato, la costruzione di portaerei. La Marina aveva gi sperimentato qualche episodio di braccio lungo: una prima volta, alla fine degli Anni Settanta, nel Mar Cinese meridionale per aiutare il popolo vietnamita in fuga e una seconda volta nellOceano Indiano (nei primissimi Anni Ottanta) per una esercitazione dinanzi alle coste dello Yemen e della Somalia. Sostenitore esplicito del braccio lungo si fece lammiraglio Marulli, capo di Stato maggiore della Marina nel 1984. Va ricordato a questo riguardo che nella primavera del 1983 era stata finalmente varata a Monfalcone la prima portaerei italiana (la Garibaldi) e gi se ne stava progettando una seconda e pi potente. La nave verr pi tardi ed avr un nome augurale Andrea Doria.

Lo Stato Maggiore dellAeronautica non era contrario ad un maggior dinamismo della Difesa ma non credeva che le portaerei fossero la risposta giusta. Difensore un po imbarazzato di questa tesi fu, sempre nel 1984, il generale Cottone, capo di Stato Maggiore dellAeronautica. Niente di nuovo, in verit. Lopposizione dellAeronautica alle portaerei risaliva agli Anni Venti, al tempo di Italo Balbo.

Lo Stato Maggiore dellEsercito era molto legato alla strategia NATO e quindi al breve e secondario fronte italiano delle Alpi Giulie dove poteva bastare un esercito di Serie B sostenuto da buone brigate alpine. Ma reag bene alle novit strategiche e si adoper attivamente quando gli fu ordinato (1980-1981) di cominciare a diluire verso il Sud le nostre forze dislocate tutte a Nord-Est. Nellautunno 1980 lesercito aveva dato una buona prova di efficienza col terremoto dellIrpinia. In pochi giorni due intere divisioni erano state trasferite dal Nord in Campania per assistere la popolazione e aiutare la ricostruzione. Gli addetti militari stranieri a Roma avevano studiato la cosa e inviato ai rispettivi governi dispacci riservati con giudizi lusinghieri sulla mobilit del nostro esercito. Il presidente Pertini, andato sui luoghi del terremoto nelle primissime ore del sisma, torn a Roma indignato per i ritardi nei soccorsi e fustig mezzo mondo in un veemente discorso televisivo, ma fece lelogio dei soldati che aveva gi visto al lavoro. Fu allora che la Difesa progett una unit speciale di pronto intervento (una brigata) valida per missioni allestero e per azioni di difesa e protezione civile. Venne trovata una parola dordine, portata anche in Parlamento: bazooka e pala.

C da aggiungere che - nel quadro del new deal e del confronto fra interventisti e euro-atlantici - si inser allora un dibattito sulla Bomba atomica. In alcuni ambienti, sia politici (ricordo lonorevole Bartolo Ciccardini, sottosegretario alla Difesa) sia militari (ricordo lammiraglio Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Difesa), si sostenne che sarebbe stato giusto dotare lItalia di unarma nucleare propria. Cera da rammaricarsi - si diceva - della fretta con la quale lItalia aveva ratificato il trattato di non-proliferazione nucleare; una Bomba atomica era poco costosa, lItalia era in grado di produrla e uno stock di questi ordigni nelle nostre basi avrebbe dato allItalia un pi rilevante rango internazionale. Ma il dibattito fu soffocato dallenorme clamore che allora suscitavano due altre questioni nucleari: gli euromissili e la Bomba ai neutroni.
Per tornare a Spadolini va detto che era molto atlantico e quando divenne ministro della difesa (estate 1983) impresse subito uno stop alle idee mediterraneo - africane. Vedi i suoi Indirizzi di politica militare presentati alle Camere nel novembre 1983, dove precis che lItalia non deve far niente al di fuori del collegamento euro-atlantico e sottoline che un errore prefiggersi una vocazione mediterranea e mediatrice fra le parti. Ma le cose negli ambienti militari dovevano avere preso un certo abbrivio con il new deal e Spadolini, che probabilmente le registr, corresse lanno dopo il suo stesso stop. Nellautunno 1984, presentando il bilancio di previsione della Difesa per il 1985, torn a citare qualche spunto del new deal: ruolo mediterraneo dellItalia, margini di autonomia del nostro Paese, pericoli di accerchiamento sovietico da Sud.

Poi su queste cose il dibattito cessato ed tornato il silenzio.

Un giudizio conclusivo sul Libano

Sui risultati politici complessivi delloperazione della Forza Multinazionale il giudizio resta in bilico. LOccidente dimostr per la prima volta dopo la crisi di Suez del 1956 di essere pronto ad intervenire militarmente nella polveriera del Medio Oriente. La fine di una prassi remissiva di assenza - cos fu detto - era gi di per s un fatto politico rilevante, un fatto, il solo fatto certo di tutta la vicenda.

La pacificazione del Libano per non ci fu. Nei primi tempi sembr che tale obiettivo fosse raggiungibile. Beirut Ovest, presidiata dalla Forza Multinazionale, si era fatta calma e vivibile. Non come Beirut Est che, risparmiata dalla guerra, aveva continuato a fiorire come una tranquilla metropoli turistica europea, ma - insomma - anche nella parte ovest della capitale libanese la vita aveva ripreso un ritmo sopportabile. Poi la situazione si deterior. La Siria, allora filosovietica, lavor perch loperazione occidentale entrasse in crisi. Non si pu escludere un ruolo destabilizzante diretto dellURSS che non aveva interesse ad un successo occidentale nellarea.
Per lItalia diverso. Era la prima volta che lItalia metteva il naso fuori dalla porta di casa dopo la seconda guerra mondiale, la prima volta che usava la sua forza militare. E la prova fu positiva. Non stato pi cos, nel senso che non c stata pi una esperienza paragonabile al Libano. In Libano lItalia era un partner alla pari, una potenza protagonista. Non prestammo i nostri uomini ad operazioni decise e comandate da altri. Prendemmo liniziativa e tenemmo la testa. Il fatto stesso che la Forza Multinazionale non avesse un comandante unico ma solo un comitato di collegamento fra i tre (e poi quattro) corpi di spedizione alleati e fra gli ambasciatori dei paesi intervenuti sottolinea il carattere paritetico della missione. Quel comitato di collegamento era presieduto dal presidente libanese Gemayel, il che significa che si trattava di una sede diplomatica e non di un comando militare.

Nelle successive missioni di pace siamo stati, come altri paesi europei e no, un vagone del convoglio piuttosto che una locomotiva. In Libano fummo una locomotiva. Non lo siamo stati pi. Non so se il Paese percep bene la novit, forse s, in parte. So che per gli Stati Maggiori fu una iniezione di speranza e di coraggio. Negli anni venuti dopo, quando siamo stati chiamati in operazioni collettive di pace, la nostra gente in armi stata sempre apprezzata e buone figure di ufficiali sul campo hanno reso un notevole servigio al Paese. E quel che avviene oggi nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq ed ci che accaduto anche in un momento di guerra vera (la prima guerra del Golfo) dove, s, ci fu qualche stonatura ma da addebitare - non alle nostre forze armate - bens allapproccio a volte troppo spettacolare ed emotivo del nostro mondo della informazione. Il Libano tuttavia, per i suoi aspetti politici soprattutto, rimane un esempio che non si ripetuto.

Sono cose che restano, anche se il tempo passa e logora le memorie. Al riguardo credo meriti un attimo di attenzione la circostanza che, appena conclusa la missione, cadde sul Libano un lungo e tenace silenzio; e il poco che si raccontato lo si fatto avendo cura di non evidenziare gli aspetti pi propriamente politici e quindi pi rilevanti di quella nostra operazione militare. Un tributo pagato al cosiddetto politicamente corretto. La spinta interventista non era pi di moda e ricordarne qualche passato passaggio non sembrava opportuno a chi non amava la forza della verit. Solo nei tardi Anni Novanta, quando si ritrovato qua e l il coraggio di riflettere sulla storia vera della Prima Repubblica, la spedizione militare in Medio Oriente tornata oggetto di qualche approfondimento e nelle Universit accaduto che qualche insegnante abbia intitolato al Libano qualche tesi di laurea. Questo risveglio di interesse politico-culturale sulla spedizione militare dei primi Anni Ottanta appare quasi sempre collocato nella cornice dei commenti al new deal di quel tempo e della decisiva svolta politica che si realizz con gli euromissili. un buon segno. In altri paesi, diversi dal nostro - in particolare nei paesi occidentali di lingua inglese - per loro fortuna, questa lunga parentesi di oblio non c stata. E nei loro paesi, segnatamente nelle scuole degli Stati Maggiori e nei centri studi strategici e militari, il Libano rimasto sempre un capitolo di virt politiche, militari e umane, sul quale si avuto cura di tenere sempre accese le luci della ribalta. Anche questa differenza fra noi e gli altri, in fondo, pu insegnare qualcosa. Aiuta a capire un po meglio la difficile storia e le contraddizioni del nostro Paese.

Lelio Lagorio - Luglio 2003.

pubblicato su: Rivista Marittima - Rivista della Marina Militare dal 1868 - Fascicolo: Autunno 2003